Da Unindustria un “vorrei ma non posso” contro il Governo

La marcia silenziosa degli industriali, seguita all’assemblea, ci è parsa l’espressione di un “vorrei ma non posso”. Vorrei dire esplicitamente che questo governo e questa classe politica di centrodestra stanno facendo poco e male e forse fanno anche danni, ma la mia pregiudiziale collocazione ideologica a favore del centrodestra me lo impedisce.

Noi ci sforziamo di vedere il bicchiere mezzo pieno, e attendiamo fiduciosi che dal silenzio si passi alla parola chiara e limpida. Si sta evidentemente diffondendo la consapevolezza anche presso quei ceti che il centrodestra ha vellicato con promesse e rassicurazioni, della assoluta incapacità da parte di questo governo di dare risposte in grado di far ripartire il paese.

Vardanega ha posto seri dubbi su cosa in concreto significherà la riforma federalista, Marcegaglia ha attaccato la politica tremontiana dei tagli alla spese lineari e non selettivi.

Il ministro Sacconi non è stato in grado di scaldare per nulla la platea: i suoi ripetuti attacchi alla CGIL e gli elogi a Bonanni e Angeletti non hanno preso neanche un applauso, il suo accenno al rischio che possa tornare a Milano il clima violento degli anni ’70, ennesimo vergognoso atto di terrorismo verbale anti Pisapia, ha mosso solo pochissime paia di mani. E il suo maldestro tentativo di mettere il cappello alla manifestazione silenziosa qualificandola come “contro la CGIL” ha dimostrato solo la coda di paglia del ministro trevigiano.

Il Presidente di Unindustria Treviso Vardanega ha suscitato il disappunto di Muraro per non aver citato la Provincia ma l’area metropolitana PaTreVe. E Vardanega non ha per nulla menzionato il Piano Strategico, per il quale la Provincia ha buttato un sacco di soldi per venderlo come la progettazione partecipata del futuro della Marca. Un motivo in più, secondo noi, per chiedere a Muraro il definitivo abbandono del Piano Strategico e delle costose consulenze al seguito, e che non dia seguito alla sua minaccia di lanciare una fase due del Piano. Immaginiamo poi che sia molto dispiaciuta a Muraro la disponibilità di Unindustria, rivendicata da Vardanega, di mettere a disposizione degli alloggi per affrontare l’emergenza profughi che il presidente della Provincia vorrebbe invece affrontare con la costruzione di campi di concentramento.

Chiudendo i lavori, Emma Marcegaglia ha ripreso i temi fondamentali del suo discorso del giorno precedente all’assemblea nazionale di Confindustria, quelli che le sono valse il titolo di “ingrata” da parte dei giornali vicini al Presidente del Consiglio. Due in  particolare le questioni poste da Marcegaglia: la necessità e l’urgenza di una riforma fiscale che, salvaguardando i gettiti complessivi, redistribuisca però il peso della tassazione, alleggerendo il carico fiscale su imprese e lavoratori. E’ un punto importante e condivisibile, che indica la necessità di metter mano alla tassazione sulle rendite finanziarie, più volte rifiutata dal ministro Tremonti e che la sinistra cercò di far passare nell’ultimo governo Prodi, scontrandosi però con la parte più centrista dell’allora Unione, quella che in effetti fece poi cadere il Governo.

L’altra questione rivolta al Governo affrontata da Marcegaglia è quella delle grandi opere, per le quali gli stanziamenti pubblici sono stati drasticamente ridotti dall’attuale governo. Qui la presidente di Confindustria chiede che si snelliscano le procedure e che si consenta l’apporto di capitali privati. Una rivendicazione comprensibile da parte di chi rappresenta anche le grandi imprese costruttrici, ma secondo noi sul tema delle opere pubbliche andrebbe svolto un ragionamento un po’ diverso. A partire dalla circostanza che la più grande e più urgente opera pubblica di cui vi sia bisogno nel nostro paese è la messa in sicurezza del territorio. Non possiamo dircelo nei giorni che seguono alle catastrofi più o meno naturali, terremoti, frane, alluvioni, e poi non chiedere l’attivazione di politiche conseguenti. L’avvio di una seria messa in opera di interventi per la salvaguardia idraulica e geologica del territorio e per la manutenzione del vecchio patrimonio edilizio, sarebbe il volano per la ripresa di fiato delle tante piccole e medie aziende sparse nel paese e che soffrono per il blocco delle opere imposto dal Governo agli enti locali attraverso il taglio ai trasferimenti e il cappio del patto di stabilità. Comporterebbe un beneficio sul fronte occupazionale di gran lunga maggiore rispetto a quello generato dalle grandi opere, oltre alla riduzione dei costi complessivi per lo stato che una attività di prevenzione comporta rispetto agli interventi emergenziali di ripristino. L’altra questione elusa dal presidente della Confindustria è quella della riconversione dell’economia verso la cosiddetta green economy. Esiste un problema non solo di quantità della produzione, ma di qualità delle produzioni. In questo senso la politica del governo di ostilità alle tecnologie sul fotovoltaico, in direzione di uno spostamento di risorse verso gli investimenti sulla tecnologia nucleare, è il segno evidente di come ci sia bisogno di un cambio di mentalità che ci metta al passo con le nuove frontiere del produrre e ci consenta di competere su livelli alti  di qualità e innovazione con  gli altri paesi occidentali. E allora forse il punto fondamentale per il rilancio della nostra economia non è tanto la ripresa di investimenti sulle grandi opere, quanto la messa in sicurezza del territorio, la riconversione ecologica dell’economia e  una capacità del governo di fare politiche industriali di settore, senza lasciare che le cose vadano come vadano e utilizzare la crisi internazionale come comoda giustificazione dell’incapacità della politica di indicare delle direzioni di marcia al nostro sistema economico e sociale.

Nel discorso di Marcegaglia non si è fatto cenno alla crisi occupazionale, né al tema della sicurezza sul lavoro (è forse è anche meglio, dopo le infelici dichiarazioni della stessa a difesa dei dirigenti della Thyssen Krupp contattati per omicidio volontario). Fuori dai cancelli c’erano dei lavoratori CGIL della Datalogic  a ricordare invece quale sia la situazione drammatica che vivono molte famiglie.

In definitiva, anche se auspichiamo che il mondo industriale si apra a nuove visioni sulle priorità e sul futuro dell’Italia, ci pare che anche l’Assemblea e la manifestazione di Unindustria Treviso certifichino una rottura nel blocco sociale su cui puntava la destra. Una rottura di fiducia al quale la destra cerca di supplire alimentando paure irrazionali con campagne terroristiche e trascinando la politica italiana in un abisso di volgarità e scorrettezze insopportabili. Per il centrosinistra è il tempo di costruire l’alternativa a questa fallimentare esperienza di governo della destra. E i casi di Pisapia e di De Magistris danno anche delle ottime indicazioni di lavoro su come farlo.

 Luca De Marco

Da Unindustria un “vorrei ma non posso” contro il Governoultima modifica: 2011-05-28T18:01:00+02:00da admin
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