Una provincia migliore è possibile

La Lega si propone come grande contenitore territoriale degli istinti e degli interessi peggiori del territorio. Alla sinistra il compito di dar voce alla Treviso migliore, civile, aperta, moderna e solidale

Per chi guarda alla nostra realtà politica provinciale con spirito democratico e aperto è difficile non essere colti da un interrogativo che si presta a diventare un rovello: perché una provincia che potrebbe ambire ad essere una provincia europea, civile, sviluppata e dedita al proprio progresso materiale e spirituale, si affidi invece politicamente ad una forza politica regressiva, auto centrata e livorosa come la Lega Nord. E lo faccia in maniera così acritica, a volte addirittura con entusiasmo, come se lì risiedesse la più autentica rappresentanza della trevigianità.

La cronaca politica degli ultimi anni ci consegna una serie di dati di fatto: la Lega Nord ha resistito ai tentativi di contestazione e di concorrenza interni al proprio ambito politico culturale, le varie leghe nate da fuoriusciti del movimento non hanno mai sfondato, fino a quel Progetto Nordest che, nonostante i successi elettorali di esordio veicolati dalle emittenti televisive locali, non pareva comunque destinato, anche se non si fosse verificata la repentina scomparsa del leader e fondatore Giorgio Panto, a incrinare l’egemonia politica della Lega sul territorio quanto a contenderne alcuni spazi. Non pare esserci oggi alcun competitore reale della Lega né sul fronte del localismo e dell’autonomismo venetista, né sul fronte dell’autoritarismo securitario e dell’istigazione xenofoba e discriminatoria. In questo senso la Lega appare come capace di tener dentro una serie di pulsioni che altrove si ramificano in diverse scelte di rappresentanza e in diverse aggregazioni politiche.

La Lega Nord ha sviluppato a livello provinciale un sistema di potere radicato e ramificato, con delle forti continuità con il sistema di potere democristiano. In questa operazione la Provincia a guida leghista ha svolto un forte ruolo politico ed è stata il vero motore dell’insediamento leghista sul territorio trevigiano. Va ricordato che l’ascesa di Zaia e dei cosiddetti “Zaia boys” nasce con la Giunta provinciale di Giovanni Mazzonetto, che vinse le elezioni provinciali del 1995 con una coalizione composta da Popolari, Lega Nord, Patto dei Democratici e Lega Autonomia Veneta. Zaia ne diventa l’assessore all’Agricoltura. Quando Franco Marini, allora leader nazionale dei Popolari, impose la fine anticipata dell’amministrazione Mazzonetto, nel 1998, per incompatibilità politica con la scelta secessionista della Lega Nord di quegli anni, a prendere il suo posto fu poi Zaia, che vinse le elezioni con un monocolore leghista, e le rivinse poi nel 2002 sempre con la sola Lega Nord. In quei due mandati di Zaia la Lega fa della Provincia uno strumento a disposizione del proprio progetto politico, da gestire in piena libertà, senza nessun alleato con il quale dover mediare. La creazione di un proprio ceto politico a tempo pieno, la gestione discrezionale dei finanziamenti ai comuni per le opere pubbliche, la possibilità di nominare propri rappresentanti in una miriade di enti (escludendo tassativamente qualsiasi rappresentanza delle opposizioni), le consulenze e le clientele che un ente come la Provincia consente di gestire, diventano elementi di forza dell’allargamento del consenso e della presenza sul territorio e negli enti locali della Lega Nord. L’impronta che Zaia vi imprime è quella di un autoritarismo pragmatico e realista. Nessuna preclusione ideologica verso alcuno, amministratore o cittadino o associazione di categoria che sia; a condizione che venga riconosciuta la preminenza e l’autorità assoluta della Provincia, che non si dia spazio ad alcuna tensione critica o istanza di autonomia. Chi critica viene additato come nemico pubblico o minacciato di ritorsioni amministrative. Non deve esistere dibattito pubblico, ma solo elogi e lustrini per la munificenza e l’attivismo della Provincia e del suo Presidente. Il modello funziona, i vari soggetti sociali capiscono l’antifona e si ricollocano velocemente nella nuova disposizione del potere. All’egemonia democristiana si sostituisce l’egemonia leghista.

La gestione Muraro è figlia di quella di Zaia, di cui Muraro è stato il vice. Con alcune differenze: nel 2006 Muraro vince le elezioni provinciali con una alleanza omogenea allo schieramento nazionale e regionale del centrodestra, Lega Nord, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc. Si torna ad un governo di coalizione, ma ben presto viene in chiaro come la differenza sia poco più che formale. Il ruolo della Lega all’interno delle coalizione è assolutamente preminente, gli altri si accontentano di partecipare al riparto delle nomine e di custodire gli strapuntini così conquistati lasciando alla Lega e a Muraro la definizione delle linee politiche e amministrative fondamentali. La differenza più rilevante rispetto alla gestione Zaia è invece proprio l’assenza di Zaia. Muraro ha evidentemente caratteristiche diverse, non ha di Zaia né la capacità di trascinamento dei suoi né le capacità e le astuzie comunicative.

Accanto a questo lato “democristiano”, di capacità di gestione del potere per il potere, permane l’aspetto più movimentista del leghismo, quello che serve a portare a casa consensi a buon mercato. Una attività propagandistica indifferente al bene pubblico, volta alla conquista del potere attraverso il progressivo imbarbarimento del dibattito pubblico e l’incattivimento dei rapporti istituzionali e sociali. Il consenso si coltiva allora invocando squartamenti, fucilazioni, tagli di mani, pulizia etnica e altre sevizie a extracomunitari, nomadi e gay. La serietà dell’impegno amministrativo diventa un inutile optional, buono per i fessi. I furbi non hanno tempo da perdere in queste cose, stanno già pensando al prossimo slogan e al prossimo bersaglio del quale invocare la morte.

In questa provincia dove il leghismo reale è una triste ipoteca sulla intelligenza e sulla civiltà di una intera comunità, la politica decade insomma a sloganistica insulsa e feroce nel suo lato propagandistico, a gestione e conquista del potere per il potere nel suo lato meno evidente.  È così che la Lega tiene assieme clientelismo e propaganda antipolitica, favoritismo e polemica antiromana, e diventa il contenitore indifferente delle pulsioni peggiori e degli interessi particolari che si muovono nella società.

In questo scenario che ruolo ha avuto e ha l’opposizione ? se per opposizione intendiamo il sistema dei partiti e i loro rappresentanti nel territorio e nelle istituzioni, è facile individuare i limiti e le carenze nella capacità di proporsi come alternativa ma anche nella capacità di denuncia degli abusi, degli sprechi e della cattiva amministrazione leghista. Un sentimento di persistente inferiorità e subalternità politica allo strapotere leghista pare inibire a volta anche la capacità di semplice espressione delle proprie idee e opinioni. Se per opposizione intendiamo il sistema più ampio di organizzazioni sociali, mezzi di informazione, aggregazioni culturali e di volontariato, allora la cosa è ancora più preoccupante. Il silenziamento del dibattito pubblico imposto dalla Lega è stato accettato senza grosse resistenze da quei mondi sociali che dovrebbero porsi naturalmente come portatori di visioni culturali alternative al leghismo, e il sistema dell’informazione non pare in grado di dar voce ad una provincia diversa da quella ritagliata su misura del leghismo.

Ora siamo alla vigilia delle prossime elezioni provinciali. Si tratta di una occasione da non perdere per far fare un passo in avanti verso la fuoriuscita dalla monodimensionalità di un territorio che ha in sé i motivi e le possibilità di un riscatto rispetto al grigiore in cui la sta costringendo il leghismo reale. Certamente va ristabilita un po’ di verità sulla natura della Lega.

Va svelato l’inganno del federalismo fiscale. Dopo la fase della secessione, la Lega si inventò la “devolùscion”, ora si è fissata con il “federalismo fiscale”. Nel frattempo, mentre la Lega parlava e basta,  tutte le riforme in senso “federalista” le ha fatte il centrosinistra: prima con il decentramento amministrativo delle leggi Bassanini del 1997-98, poi con la riforma della costituzione del 2001 che introduceva in Costituzione il concetto di federalismo fiscale. Il federalismo di cui la Lega si fa paladina è tecnicamente l’attuazione di quel nuovo articolo introdotto da quelle riforma, che fu ferocemente avversata dalla stessa Lega al referendum confermativo dell’autunno 2001 all’insegna dello slogan “è una riforma sovietica”. Contando sulla complessità della materia, la Lega ora utilizza di fatto il federalismo come foglia di fico per coprire la vergogna di una politica governativa estremamente centralista e ostile alle autonomie locali. Il taglio della democrazia effettuato  con la riduzione dei consiglieri comunali e provinciali, che non comporta alcun significativo risparmio ma riduce la rappresentanza dei cittadini e la possibilità di controllo sui gestori del denaro pubblico, la politica dei tagli lineari e indiscriminati a regioni, province e comuni che si ripercuoterà violentemente sul livello dei servizi ai cittadini amministrati, e che fa eccezione solo per elargire prebende ai comuni amministrati dalla destra che hanno scassato i loro conti,  l’abolizione indiscriminata e a fini elettoralistici dell’unica imposta a gestione e controllo totalmente locale come l’ICI, sono gli elementi di una visione del governo lontana anni luce da quella valorizzazione delle autonomie che i leghisti professano a parole.

Va svelato l’inganno di una Lega che difende i lavoratori del Nord. Alla Lega bisogna attribuire la paternità della Legge 30, quella che ha moltiplicato le occasioni e le forme contrattuali della precarietà, sia per il Nord che per il Sud. La Lega difende oggi Marchionne e la sua politica ricattatoria nei confronti dei lavoratori di Torino. Ai lavoratori e alle loro famiglie oggi la Lega, e il suo amatissimo ministro Tremonti, taglia il servizio di trasporto pubblico, taglia i fondi per la non autosufficienza, i fondi per l’aiuto a pagare l’affitto, i fondi per la disabilità, i fondi per la scuola e la ricerca. Però finanzia la scuola privata della moglie di Bossi a Varese con 800.000,00 euro, e riconosce al Cepu la possibilità di ricevere fondi come fosse una università pubblica.

Va svelato il falso mito di una Lega un po’ rozza e troppo sanguigna ma che esprime bravi amministratori, vicini alla gente. Come scriveva nel 2008 il giornalista de L’Unità Toni Fontana, morto improvvisamente lo scorso anno e che aveva attirate le ire e le ingiurie dei caporioni leghisti per aver parlato di un apartheid in atto a Treviso contro gli immigrati: “È in corso un’opera di beatificazione della dirigenza leghista, composta tutta da irreprensibili amministratori dediti anima e corpo al bene comune, al miglioramento della qualità della vita dei loro cittadini. Ma siccome è imbarazzante beatificare consiglieri che inneggiano al nazismo, che negano le borse di studio ai figli degli stranieri, che definiscono “cancro” la religione islamica, si è stabilito che questi signori sono dei mattacchioni, dei simpaticoni, bravissimi nel gestire i bilanci comunali, ma che, ogni tanto, dicono stranezze e battutacce, giustificabili e da prendere con un sorriso”. Poi si scopre che le cose non funzionano proprio benissimo, neanche dal punto di vista della condotta amministrativa. In Friuli il presidente del Consiglio Regionale, un leghista duro e puro che si vantava di recarsi in Regione con  una pistola in tasca, viene beccato a utilizzare l’auto blu per recarsi con la fidanzata a Milano per la partita Padania-Tibet, o per andare in viaggio di nozze, o a prendere parenti e amici, o partecipare ai comizi leghisti. A Silea l’ex sindaco leghista finisce sotto accusa per la gestione di alcuni appartamenti con un giro di prostituzione. A Sommacampagna  il sindaco leghista, che è anche presidente dell’azienda di trasporto pubblico veronese, se ne andava in vacanza con i famigliari in Puglia (al richiamo della Regione di Vendola non resistono neanche i leghisti) con due auto, una privata e una dell’azienda di trasporto, e spostava i telepass dall’una all’altra per farsi rimborsare tutto il viaggio, oppure portava a rimborso spese per consumazioni nei bar di Verona effettuate in giorni dove stava altrove. O l’assessore leghista alla sicurezza a Barbarano Vicentino, nonché vigile urbano in un altro comune, accusato dalla magistratura di essere “a capo di un’organizzazione che faceva affari con gli annunci di escort su internet”.

A questa opera di verità sulla reale natura della Lega deve corrispondere una proposta di alternativa sui valori e sui contenuti da parte della sinistra e del centrosinistra, senza troppi infingimenti o tentativi di mimetizzarsi nella selva dell’ideologia leghista. Al contenitore della Treviso peggiore va contrapposta la capacità di dar voce e corpo alla Treviso migliore, che riscopre la tradizione solidaristica e la cura del territorio che le appartenevano, l’accoglienza e l’apertura alle culture propria di quella venezianità che i leghisti invocano a sproposito, la diligenza e la buona amministrazione che sono proprie della migliore tradizione lavoristica  del nostro territorio. Le prossime elezioni provinciali e comunali possono, anzi devono, servire a questo.

 

Luca De Marco

Una provincia migliore è possibileultima modifica: 2011-01-16T11:58:54+01:00da admin
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