Giù le mani dalla brocca

Il referendum contro la privatizzazione dell’acqua: una scelta pragmatica contro una scelta ideologica

 

Quando si parla di “acqua” una premessa è fondamentale: l’acqua non è un bene commerciale, ma un diritto di ogni essere umano che risponde a un bisogno primario (direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio).

Nessun privato ha interesse ad accollarsi un servizio in assenza di un possibile profitto. La cosa non è di per sé da condannare, anzi è intelligente e ovviamente in linea con il sistema concorrenziale del libero mercato. Sennonché per ottenere tale profitto è, in alcuni casi, necessario ridurre costi e aumentare i ricavi attraverso, ad esempio, l’aumento delle tariffe o il taglio dell’offerta del servizio per chi dette tariffe non può sostenere.

Applicando all’acqua tale modello di ragionamento si verificherebbe, in nome del profitto, la tendenza a ridurre i costi attraverso l’aumento della precarizzazione del lavoro (si tratta di coloro che fanno sì che dai nostri rubinetti esca acqua di qualità), la riduzione dei costi di gestione (con conseguente peggioramento del servizio, o, addirittura, la sua interruzione per chi non è in grado di pagare), e l’aumento delle tariffe.

Queste affermazioni, che potrebbero apparire “di principio” e, come tali, improponibili agli ideologi del “fare”, valgono come ipotesi da verificare.

Negli ultimi anni la gestione privatistica dell’acqua ha determinato rilevanti aumenti delle bollette e una riduzione notevole degli investimenti per la modernizzazione degli acquedotti, della rete fognaria e degli impianti di depurazione. Rapporti recenti della Corte dei Conti hanno evidenziato come le privatizzazioni di questi ultimi anni non abbiano portato né un recupero di efficienza, né una riduzione dei costi. I servizi pubblici privatizzati: acqua, energia, tlc, autostrade devono i loro profitti soprattutto all’aumento delle tariffe, ben più alte in Italia che nel resto d’Europa.

Vale a poco ribattere che in linea di principio l’acqua resta un bene pubblico e se ne privatizza solo la gestione. Questo sì che è ideologico: nella realtà è abbastanza difficile, quanto non impossibile distinguere le due cose. La proprietà reale di un bene è di chi lo gestisce e lo eroga, stante l’enorme difficoltà del controllo pubblico: come controlleremo la qualità dell’acqua in presenza, per esempio, dei vincoli legati al cosiddetto “segreto industriale”?

Non si dica che anche questa è un’affermazione di principio! Basta considerare quanto accaduto in Italia (il Decreto Ronchi termina l’iter della privatizzazione che è già iniziata dal 1994, con la Legge Galli) a proposito di trasparenza nei dati sulla composizione dell’acqua, di effettiva capacità del controllo da parte dei comuni, di investimenti nell’ammodernamento della rete idrica. Ma ancora di più basta considerare l’inversione di tendenza di alcune realtà europee (Parigi, prima di tutto) che dal “privato” ritornano al pubblico, denunciando appunto quei fortissimi elementi di criticità che chi sostiene il referendum lamenta.

Vorrei in ultimo (ma non è la cosa meno importante) considerare che, anche in questo caso, il governo di centro-destra si imbarca in questa “riforma”, ignorando il consenso popolare che soltanto due anni fa si era raccolto intorno alla legge d’iniziativa popolare per l’acqua pubblica, in obbedienza alla logica dei “tagli” e nel tentativo di “fare cassa”. Manca anche qui un progetto di rinnovamento e di modernizzazione: una gestione pubblica affiancata da meccanismi di controllo e partecipazione sociale a imitazione di quanto in altre realtà europee si comincia a fare (vedi Grenoble e recentemente Parigi) resta il solo modo per garantire e tutelare i diritti fondamentali di fronte agli interessi economici di qualche gruppo industriale, ma soprattutto sottrarli, come prevede la Costituzione, a qualsiasi logica mercantile.

I tre quesiti referendari sono volti dunque a fermare la privatizzazione dell’acqua;  sottrarre a società di tipo privatistico il controllo e la gestione del servizio idrico; eliminare la logica del profitto dal bene comune acqua.

 

Anna Caterina Cabino – Sinistra Ecologia Libertà

AcquaReferendumVolant[1].jpg
Giù le mani dalla broccaultima modifica: 2010-04-12T00:48:00+02:00da admin
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