Copenhagen: una risposta femminista – Intervista a Vandana Shiva

Intervista a Vandana Shiva di Holly Tomlison per il magazine Ms. (trad. MG Di Rienzo) dicembre 2009

Vandana Shiva portrait
Photo by Nic Paget-Clarke

La Conferenza sul clima delle Nazioni Unite a Copenhagen, un incontro fra 193 paesi durato due settimane, che doveva tentare di creare un trattato internazionale per diminuire i cambiamenti climatici, si è chiusa con ben poco risultato. Ciò che ne è emerso è “l’Accordo di Copenhagen”, un trattato non vincolante che, nel mentre fa riferimento alla necessità di tagliare le emissioni, non ha obiettivi di riduzione a lungo termine. Presente a Copenhagen, anche se non come partecipante ufficiale alla Conferenza, c’era Vandana Shiva, rinomata attivista ecofemminista. Shiva guida l’organizzazione Navdanya, che cerca di creare un nuovo paradigma per un modello sostenibile di agricoltura e sviluppo, un modello che ha al suo centro l’empowerment delle donne. Parlando appassionatamente alle decine di migliaia di attivisti per il clima all’alternativo “People Summit”, tenutosi all’esterno della Conferenza ufficiale, ha sottolineato l’urgente bisogno di un trattato legalmente vincolante. Ms. ha chiesto alla dott. Shiva alcune riflessioni sulla Conferenza mentre quest’ultima stava terminando. Ms. Qual è la tua reazione al risultato dei dialoghi di Copenhagen? Vandana Shiva: Quando hai un problema serio come il caos climatico – io non lo chiamo cambiamento climatico – ciò di cui hai bisogno è un approfondimento dell’impegno a ridurre le emissioni. Hai bisogno di misure molto concrete. Ciò che non ti serve sono le mere dichiarazioni politiche prive di contenuto legalmente vincolante. Quel che abbiamo da Copenhagen è un trattato non vincolante a livello legale, firmato da una manciata di paesi. La maggioranza dei paesi che sono vittime del caos climatico, e che stavano guidando questo processo, non intendono firmare: sono assai delusi, come lo sono i cittadini del mondo. Ms. Pensi che ciò era prevedibile, o persino inevitabile, dato il modo in cui i colloqui stavano procedendo? VS: No, non è stato un risultato inevitabile. Quando sono arrivati i capi di stato (alla fine della Conferenza) un testo c’era. Non era perfetto, ma limitava legalmente le emissioni e rispettava l’urgenza della questione. Però è stato messo da parte, e da quel momento le cose hanno cominciato ad andare a rotoli. Poi alla fine il presidente Obama, la Cina e l’India, i tre grandi paesi, di fatto si sono messi insieme a comporre un nuovo testo. Ms. Cosa pensi che abbia causato la svolta? VS: Quando si arriva alle questioni chiave che interessano l’ambiente e la gente comune, gli Usa sono totalmente prigionieri del mondo dei grandi affari. E sono i grandi affari che causano l’inquinamento: l’industria automobilistica, l’industria petrolifera, l’industria agrochimica. Profitto a breve termine al costo del futuro del pianeta: questa è la sola via che le corporazioni economiche sanno pensare. La democrazia è qualcosa che si suppone appartenente alla gente, fatta dalla gente per la gente. E’ stata ridotta a qualcosa che appartiene alle corporazioni, fatta e pensata per le corporazioni. Quando avviene questo mutamento, e gli stati diventano stati corporativi, allora i risultati come quello di Copenhagen sono inevitabili. Ciò è difficile da riconoscere, perché il conflitto apparente è fra paesi ricchi e paesi poveri. Ma nel mentre i paesi poveri non hanno corporazioni economiche o ne hanno poche, hanno tutti i danni dei cambiamenti climatici, come le inondazioni e le siccità. Per cui, dietro ai paesi ricchi ci sono le grandi corporazioni ed i paesi poveri sono diventati i rappresentanti di fatto della gente e della natura. Ms. Credi che il risultato di Copenhagen avrebbe potuto essere diverso se le voci delle donne fossero state meglio ascoltate durante le negoziazioni, e se la questioni di genere relative al cambiamento climatico, come lo sproporzionato effetto che esso ha sulle donne, fossero state meglio discusse? VS: Senza alcun dubbio. Le donne stanno perdendo l’acqua. Oggi, le donne della regione indiana dell’Himalaya devono aspettare otto ore per riempire un piccolo otre da un fiume morente. Perciò il fardello che le donne portano, di cui stiamo parlando, è molto, molto pesante. Se questo peso fosse stato udito in quei corridoi del potere, avremmo avuto un risultato assai differente. Perché le voci delle donne si sarebbero unite alle voci dei paesi come le Maldive e i G77 (una coalizione di paesi in via di sviluppo) e avremmo avuto un unico coro meraviglioso per dire: “Il pianeta è in crisi, e la crisi sta creando un fardello per le donne. Basta!” Ms. Che messaggio daresti alle lettrici di Ms. su come potremmo muoverci rispetto al cambiamento climatico? VS: Non lasciate che il vostro presidente se la cavi con la vuota promessa di una riduzione del 3% delle emissioni. Fate pressione sul vostro governo affinché faccia parte di una comunità internazionale, con strumenti legalmente vincolanti, da riportare in gioco quando andremo in Messico (per le negoziazioni sul clima del 2010). E infine, anche voi stesse potete essere parte della soluzione. Dobbiamo assicurarci che il processo per arrivare ad un trattato internazionale vada avanti, ma a casa possiamo unirci ai movimenti ambientalisti (“organici”).Se Michelle Obama può avere una fattoria organica, perché il resto del mondo non può?

Copenhagen: una risposta femminista – Intervista a Vandana Shivaultima modifica: 2010-01-07T16:51:00+01:00da admin
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