Referendum: la fiera delle frottole

Referendum elettorali: perché tante frottole tutte assieme?

Fin da quando è stato ideato ed è partita la raccolta delle firme, attorno ai referendum elettorali ideati dal professor Guzzetta  è stata elevata una cortina fumogena di frottole per farlo sembrare quello che non è.

La legge elettorale attuale, quella fatta dal centrodestra nel 2006 e nota come “porcellum”, e che tutti giustamente criticano, ha portato tre novità: il ritorno al sistema proporzionale, lunghe liste bloccate sulle quali decidono le segreterie di partito e non i cittadini,  premi di maggioranza calcolati in modo diverso tra Camera e Senato che rendono possibili maggioranze diverse nei due rami del parlamento. Il referendum non migliora nessuno di questi aspetti, anzi li conferma e li peggiora. Il referendum non riporta il voto di preferenza, non modifica i collegi, non introduce l’uninominale, conferma invece il sistema a lunghe liste bloccate su collegi enormi. Non modifica nemmeno il sistema di calcolo regionale del premio di maggioranza per il Senato, cioè quel meccanismo che ha  determinato la difficile situazione numerica del Senato rispetto alla Camera nel 2006, minando fin dall’inizio la stabilità della maggioranza di centrosinistra.

Il referendum incide solo su due aspetti: proibisce patti di coalizione tra liste diverse e attribuisce un premio di maggioranza alla Camera per la lista che ottiene un voto in più delle altre. Questo può produrre due esiti. O tutti i partiti si mettono assieme in due listoni per le elezioni, per poi dividersi di nuovo in parlamento, oppure i partiti si presentano divisi, l’un contro l’altro armati in una contesa all’ultimo sangue per avere quel voto in più dell’altro che porta in omaggio il 55% dei seggi della Camera. Nel primo caso si accentuerebbe la logica spartitoria nella composizione delle liste, ancor più calate dall’alto e bloccate, e ai cittadini verrebbe privato anche il potere di scegliere se privilegiare all’interno delle coalizioni questa o quella posizione politica attraverso il voto al partito le cui posizioni si condividono maggiormente. Nel secondo caso, che dopo la nascita del PD e del PDL è quello che quasi sicuramente si verificherebbe, si potrebbe avere il caso che una lista che prende il 25 o il 30% dei voti e si becca il 55% dei seggi alla Camera, e magari al Senato ottiene la maggioranza la coalizione opposta (ad essere ultraottimisti sulle sorti elettorali dello stremato PD). Praticamente il voto degli italiani verrebbe alterato da meccanismi algebrici senza rapporto con l’effettivo consenso dei due schieramenti.

Si è detto che serve a togliere il potere alle segreterie di partito di decidere chi verrà eletto, quando accadrebbe l’opposto, i partiti vedrebbero confermato e rafforzato il proprio potere di nomina dei parlamentari. Le liste restano infatti bloccate, senza preferenze.

A tutte queste fandonie si è poi aggiunta la polemica demagogica e populista del Partito Democratico. Franceschini ha sostenuto l’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative ed europee, con la scusa del risparmio. In realtà con lo scopo di garantire il raggiungimento del quorum, favorendo così artificialmente questo referendum rispetto a tutti quelli svolti negli ultimi decenni, che hanno dovuto confrontarsi con il vincolo della partecipazione al voto della maggioranza più uno degli elettori per essere validi. Quando poi è capitato il tragico sisma dell’Abruzzo, non ci si è pensati due volte ad approfittare cinicamente dell’accaduto per dire “risparmiamo i soldi accorpando il referendum e diamoli ai terremotati”. Sulla quantificazione del risparmio possibile si è operata una ulteriore falsificazione. Da Franceschini in giù, gli esponenti del PD vanno ripetendo che con l’election day si potevano risparmiare 460 milioni di euro da destinare all’Abruzzo. Ma non spiegano come viene calcolata quella cifra. A farlo ci hanno provato gli economisti de La voce.info e sono arrivati alla cifra di 400 milioni (non 460) con un calcolo del tutto bizzarro e acrobatico nel quale vengono computati non solo i costi diretti, che sostiene lo Stato, ma anche i costi ndiretti che sosterrebbero i cittadini. Si è dunque calcolato che in caso di referendum senza accorpamento con le europee ogni elettore avrebbe perso 30 minuti per andare a votare per il referendum, e si è quantificato il costo di questo tempo perso in 3,15 euro a testa, moltiplicato per 40.300.000 elettori (totale 127milioni). Poi si è poi calcolato che, con le scuole chiuse il lunedì a causa del referendum, una parte degli elettori con figli minorenni avrebbe dovuto spendere i soldi per affidarli a una baby sitter, per un costo di 37 milioni (senza considerare che a giugno le scuole chiudono comunque). Poi  si  è calcolato che i presidenti di seggio e gli scrutatori perdano una giornata di lavoro, o di studio, per altri 37 milioni di spesa (non si capisce bene a carico di chi, visto che gli addetti ai seggi vengono retribuiti per il loro servizio). Per un totale di 201 milioni di costi indiretti a carico della collettività da sommare ai 200 milioni di spese effettive. Evidentemente, solo i costi diretti sono quelli che possono dare un risparmio per le casse pubbliche, non certo il “fastidio” arrecato dal referendum al normale tran tran dei cittadini italiani.  Come faccia il Partito Democratico a parlare senza vergognarsi di 460milioni di euro da risparmiare e reinvestire è davvero un mistero. Questa menzogna comporta che, se fosse stata applicata la proposta del Partito Democratico, per poter destinare  460 milioni di euro all’Abruzzo il Governo avrebbe dovuto applicare una tassazione agli elettori per farsi dare i soldi da loro risparmiati in mancata spesa per baby sitter e di tempo libero grazie all’accorpamento delle elezioni.

Siamo davvero di fronte ad un livello di propaganda  così basso da far paura. E il tutto per un motivo molto semplice, che non ha niente a che fare né con il terremoto né con la volontà di fare un nuova legge elettorale, ma solo con il disegno di potere del Partito Democratico, che intende far fronte alla propria incapacità di motivare gli elettori a sostenerlo attraverso trucchi elettorali, prima lo sbarramento alle Europee (concordato tra Franceschini, incaricato di Veltroni, e la destra) e ora il bipartitismo forzato che si vuole introdurre attraverso il referendum. Non riuscendo a convincere gli elettori, il PD per uscire dalla propria crisi intende vincere gli elettori, costringendoli a turarsi il naso e a votare comunque in nome del voto utile. Utile soprattutto a Franceschini.

Luca De Marco

Referendum: la fiera delle frottoleultima modifica: 2009-05-01T01:04:00+02:00da admin
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