Niente diritti, niente sicurezza: il nuovo lavoro servile

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di Betty Leone*

L’Italia ha un elevato numero di incidenti mortali sul lavoro: uno dei più elevati d’Europa. Eppure ha una buona legge di riferimento( la 626) e una importante tradizione di prevenzione nata da una interessante esperienza di contaminazione tra cultura operaia e cultura accademica che fece scuola negli anni ’70-’80. Tuttavia la struttura produttiva con prevalenza di piccole e piccolissime imprese e la scarsa propensione degli imprenditori italiani a considerare la sicurezza un fattore di qualità della produzione( cosa che avviene invece nei paesi del Nord Europa che hanno il più basso tasso di incidenti) ha reso difficile il controllo capillare sia da parte del ministero che da parte del sindacato.
La situazione è stata poi aggravata dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro e dai sempre più veloci ritmi lavorativi che riducono le capacità di attenzione e la trasmissione di esperienza tra lavoratori. Le associazioni imprenditoriali, guidate da Confindustria, invece di impegnarsi a fondo per ridurre il numero degli incidenti hanno sempre lamentato un’ eccessiva burocrazia nelle procedure di prevenzione e un eccesso di sanzioni per le eventuali inadempienze. E’ stato necessario un incidente terribile come quello della Thyssen Krupp per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica il fenomeno delle morti sul lavoro e risvegliare un moto di sdegno per le condizioni in cui ogni giorno i lavoratori sono costretti a rischiare la propria vita per qualche euro di profitto in più. Sull’onda di quella emozione fu possibile varare, con il consenso delle parti sociali e l’impegno dell’allora ministro del lavoro Damiano, quel testo unico sulla sicurezza a cui si lavorava inutilmente da qualche anno, con lo scopo di coordinare meglio le norme esistenti, rispondendo ad un criterio di semplificazione, e di rafforzare le sanzioni per aumentarne il potere di deterrenza.
Confindustria non ha mai nascosto la propria contrarietà a quel testo che aveva dovuto accettare” obtorto collo” e che sottolineava la responsabilità dei datori di lavoro nel controllo delle condizioni di sicurezza. Fu così che, caduto il Governo Prodi, il nuovo ministro del lavoro Sacconi si accreditò immediatamente presso Confindustria promettendo di rivedere il Testo Unico sulla sicurezza, secondo i suggerimenti delle organizzazioni imprenditoriali, e di cancellare la norma che rendeva impossibili le lettere di licenziamento in bianco al momento dell’assunzione. Ora ambedue le promesse sono state mantenute e il Governo ha mostrato ancora una volta la propria collocazione di classe: dalla parte dei padroni. Non interessa a nessuno che la crisi in atto renderà i lavoratori sempre più esposti ai ricatti e più deboli e che perciò sarebbero stati necessari più controlli e maggiore rigore. Non interessa neanche a quelli che sono sempre pronti a richiamarci all’etica della vita quando in gioco c’è la difesa del Vaticano ma che sono pronti a dimenticarsene se in gioco ci sono i loro profitti e la “libertà d’impresa”. Del resto il lavoro oggi è considerato una merce e non ha valore il lavoratore ma solo la prestazione lavorativa: perciò si possono abbassare i diritti lavoristici e persino il diritto alla salute e alla vita.
Il 4 Aprile saremo a Roma con la Cgil, il solo sindacato che si è opposto esplicitamente alla revisione del testo unico sulla sicurezza, per difendere la dignità del lavoro e per gridare con tanti e tante un vecchio slogan, purtroppo sempre attuale: “lavorare per vivere, non morire per lavorare”.

*del Coordinamento nazionale di Sd

Niente diritti, niente sicurezza: il nuovo lavoro servileultima modifica: 2009-03-30T12:06:00+02:00da admin
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