CRISI DELL’ECONOMIA – CRISI DELLA POLITICA: LA SINISTRA AL LAVORO


di_salvo.pngDOMANDE E IDEE DI SINISTRA DEMOCRATICA

Torino 30 gennaio 2009

Di Titti Di Salvo

La crisi che investe il mondo si accompagna in Italia alla crisi dei partiti e delle istituzioni. Anche per questo esiste il rischio di un vero e proprio passo indietro della democrazia italiana.

L’Italia è da tempo in fondo alla classifiche internazionali per il livello dei salari; ha un tasso di disuguaglianze sociali tra i più alti; è priva di politica industriale; ha una dimensione delle imprese insufficiente nella globalizzazione; investimenti in ricerca, sia pubblici che privati, pressoché nulli; un modello di specializzazione produttiva da innovare; un sistema di infrastrutture e reti inadeguato; un Mezzogiorno in affanno.

Dopo la fine della possibilità di competere sui mercati globali con il cambio, ha percorso la strada del taglio dei costi e si è trovata stretta nella tenaglia tra paesi più tecnologicamente avanzati e paesi in grado di praticare prezzi ancora più bassi, per l’assenza totale di diritti del lavoro e sindacati.

La crisi trova l’Italia dunque debole e divisa, riflessa nello specchio rotto.

La crisi dei partiti e delle istituzioni (misurabile e misurata da diversi istituti di ricerca), quella nuova “questione morale” che attraversa il paese e il partito più grande dell’opposizione, si aggiunge alla debolezza del sistema produttivo e alla frantumazione sociale: la politica rischia di essere parte del problema piuttosto che strumento per la soluzione.

La riforma della contrattazione è una metafora impietosa dello stato dell’arte.

Molti l’hanno considerata storica e questo già ci offre una chiave di lettura: la riforma dei contratti non si occupa della crisi e delle sue conseguenze sociali. Parla di regole e attraverso nuove regole parla dell’Italia del futuro.

Ma quale paese ne esce fuori nelle intenzioni dei firmatari? Un paese con bassi salari destinati a non recuperare mai l’inflazione (di questo ci parla quel nuovo misuratore usato per il calcolo degli aumenti salariali depurati dal prezzo dei beni energetici importati). Un paese in cui si indebolisce la solidarietà tra i lavoratori perché si indebolisce il contratto nazionale, di questo ci parlano le deroghe in peius a livello aziendale; un paese con lavoratori sempre più diseguali e deboli, di questo ci parla quella enfatizzazione sul salario di produttività, detassato e prevedibile soltanto nel 30/40% delle imprese italiane; un paese dove l’interesse generale è esclusivamente quello dell’impresa e il sindacato perde il suo profilo autonomo di rappresentanza per assumere quello di partner complice negli enti bilaterali.

L’accordo non è stato firmato dalla CGIL. Siamo di fronte ad un paradosso evidente: si cambia un sistema di regole condiviso e lo si sostituisce con uno nuovo che il maggior sindacato italiano non condivide. E’ un paradosso che rende evidente la natura tutta politica della rottura fortemente voluta, in primo luogo, dal governo e dalla Confindustria: è un paradosso che rappresenta plasticamente un furto per la democrazia italiana.

A maggior ragione è un grande errore non sottoporre al referendum l’accordo: non è possibile immaginare di difendersi dal giudizio dei lavoratori mettendo al riparo una riforma definita, per altro, di portata epocale.

In realtà la crisi è il contesto, l’occasione per il governo, insieme a Confindustria e a chi ha condiviso l’accordo, per liquidare un intero sistema dei diritti e provare l’affondo nei confronti del più grande sindacato confederale italiano.

La Cgil rappresenta per la sua autonomia culturale, l’unico ostacolo sul piano sociale per il decollo della cosiddetta “legislatura costituente”, per quella modernizzazione a perdere, quella che andrebbe chiamata in modo più consono regressione democratica.

Su un piano diverso, quello politico, ma con la stessa intenzione, è la riforma elettorale per le europee lo strumento per un secondo furto di democrazia.

La nostra iniziativa non è su questo ma è difficile non parlarne. Non voglio però discutere della soglia di sbarramento: una lista della sinistra, quella seria e credibile, rivolta al futuro e non al passato, vale molto di più del 4 per cento.

Voglio sottolineare invece il cinismo che ispira la modifica delle regole elettorali alla vigilia del voto. Per nascondere il proprio default il PD ha scambiato lo sbarramento con il federalismo fiscale, la riforma dei contratti, le nomine RAI, il voto su Cosentino in odor di mafia e chissà che altro: per questo siamo di fronte ad un furto di democrazia.

Ma c’è una seconda chiave di lettura, altrettanto importante.

L’idea dell’Italia proiettata dall’accordo, è condivisa da tutte le forze politiche che oggi siedono in Parlamento.

Non ce n’è nessuna che sia portatrice di una idea diversa e alternativa, nessuna che si alzerà in Parlamento per far sentire la voce di un’altra Italia.

Per questo la riforma dei contratti è uno spartiacque: svela che in questo paese non esiste una opposizione parlamentare perché non esiste un’idea alternativa di come si affronta la crisi –misure insufficienti dice il Pd – e di come si supera la crisi (cioè dell’Italia del futuro).

Le ultime parole del segretario del Pd hanno il merito della chiarezza: l’accordo va bene perché corrisponde al programma del partito democratico. Ed è vero. Questo significava ieri l’equidistanza tra imprese e il lavoro e oggi la richiesta di trovare le risorse per estendere gli ammortizzatori sociali dall’allungamento dell’età pensionabile delle donne e dalla modifica dei coefficienti per il calcolo delle pensioni.

Questa è la cifra della solitudine delle lavoratrici e dei lavoratori, dei pensionati davanti alla crisi, stretti tra la sottovalutazione al limite della irresponsabilità del governo e l’abbandono dell’opposizione parlamentare; questa la solitudine della Cgil, invitata dal PD ad affrontare la sfida riformista; questo il senso profondo della crisi di rappresentanza della politica.

Siamo impegnati con altre forze della sinistra ex-parlamentare nella ricostruzione di una sinistra moderna e popolare. Ma è qui e ora che quella sinistra deve misurarsi: innanzitutto con la ricostruzione della rappresentanza del lavoro, per rompere quella solitudine, ridare credito alla politica e una speranza al paese.

Da qui oggi parte una ricerca sul rapporto tra lavoratori e partiti politici. L’abbiamo affidata a Francesco Garibaldo ed Emilio Rebecchi che hanno un’esperienza ventennale sul campo e ce ne parleranno tra breve direttamente.

Garibaldo e Rebecchi hanno recentemente portato a compimento una inchiesta rigorosissima sul lavoro nelle imprese metalmeccaniche.

A discutere con noi dell’insieme degli argomenti c’è oggi Gianni Rinaldini segretario della FiomCGIL, a cui esprimiamo la solidarietà più convinta per lo sciopero nazionale – proclamato insieme alla Funzione pubblica il 13 febbraio – che diventa la prima risposta sindacale all’accordo sulla riforma di contratti.

La ricerca verrà condotta innanzitutto a Torino e in Piemonte, nel cuore della crisi industriale del paese, poi a Roma, dove esistono caratteristiche produttive e sociali diverse, dove la grande distribuzione assomma in sé tutte le nuove precarietà del lavoro e a Taranto, dove c’è la classe operaia più giovane d’Italia e la più sconosciuta, la più sola.

L’indagine è intanto l’annuncio della nostra scelta fondamentale, della nostra ambizione politica più grande: ricostruire la rappresentanza del lavoro, dare vita cioè ad una forza politica, un partito che lavoratrici e lavoratori sentano come punto di riferimento perché sa materializzare sulla scena della politica un punto di vista che ispira scelte generali di cambiamento del paese.

Nel contempo la ricerca è l’ammissione della nostra ignoranza, della difficoltà di capire e interpretare realtà e bisogni profondamente cambiati.

Durante la campagna elettorale era qui, davanti alle fabbriche dell’Alto novarese, ai cancelli di Mirafiori, nei luoghi di lavoro dell’Alessandrino piuttosto che di Asti o Cuneo che si toccava con mano la diffidenza, l’estraneità, perfino l’aggressività delle persone rispetto alla proposta politica che gli facevamo: una proposta che non parlava alle loro vite, che non parlava di loro,che non gli proponeva soluzioni concrete per i loro problemi e neppure un sogno, ma un voto per la sopravvivenza di un cartello elettorale: la ricerca nasce da quella pagina amara come gesto politico, impegno e assunzione di responsabilità.

La sinistra moderna poi deve essere capace di uscire dalle trincee delle identità per misurarsi con la realtà, cioè con la profondità e l’ampiezza di questa crisi.

Una crisi strutturale che il governo italiano ha prima sottovalutato e poi affrontato con misure sbagliate che non ne curano né le cause né le conseguenze sociali drammatiche e aumentano la distanza con gli altri paesi.

La tempesta finanziaria ed economica che stiamo vivendo è tutta interna alla globalizzazione senza regole, non governata dalla politica: ne è figlia.

E’ figlia certamente dell’esplosione del debito americano, del Tesoro e delle famiglie. Ma è ancora di più figlia di una cultura politica che ha assegnato un potere taumaturgico e virtuoso al mercato e alla triade meno stato-meno regole-meno tasse . Figlia di quella catena del valore delle imprese formata attraverso la mercificazione del lavoro e dell’ambiente,anche nell’Europa del modello sociale. Ed è strettamente connessa all’asimmetria tra diritti sociali e del lavoro delle costituzioni dei singoli stati europei e i processi economici sovranazionali non regolati. E’ generata dalla differenza di poteri tra le istituzioni politiche internazionali come l’ONU e quelle economiche come il FMI: quella che fa si che mentre l’Onu promuove campagne contro il lavoro minorile il FMI vincola la concessione dei prestiti ai paesi in via di sviluppo alla privatizzazione della scuola.

E’ causata da disuguaglianze crescenti nel mondo ricco e tra i paesi ricchi e quelli poveri: è una crisi strutturale.

E’ fallita cioè l’idea fondamentale alla base della globalizzazione senza regole: la capacità del mercato di autoregolarsi.

Per questo, la crisi è anche l’occasione per il ritorno della politica,per una nuova democrazia globale resa possibile anche dalla presidenza americana di Obama, per immaginare un altro e diverso modello produttivo, economico e sociale: valore del lavoro e dell’ambiente invece che loro mercificazione; politica che governa l’economia invece del suo contrario; cooperazione internazionale invece che spese per armamenti ecc.

L’Italia e il mondo non usciranno uguali dal tunnel: ma possono uscire peggiori o migliori, più ospitali o meno ospitali per le persone, più equi o più ingiusti, a seconda delle scelte che saranno assunte.

Quelle del governo italiano non fanno ben sperare. Si tratta di scelte casuali e sciatte, dettate dalle poche risorse messe a disposizione, prive di investimenti sul futuro, senza ambizione, senza speranza, ispirate dalla paura nonostante l’ottimismo di maniera del presidente del consiglio, fatte per passare la nottata. Sono scelte che condannano l’Italia ad un futuro peggiore, non sono scelte insufficienti.

Qui la differenza fondamentale con altri paesi, in primo luogo con il programma annunciato dal nuovo presidente americano.

Manca una analisi dei problemi veri del paese, di cui si diceva prima, cui mettere mano e la crisi diventa l’occasione per una torsione autoritaria dei rapporti di lavoro e la cancellazione di diritti fondamentali: dall’abrogazione della legge sulle dimissioni in bianco, al nuovo assalto indiretto all’articolo 18, allo statuto dei lavoratori e alla previdenza pubblica.

Poi anche un’occasione per cambiare il ruolo e l’autonomia del sindacato confederale italiano e invertire le priorità costituzionali,dalla centralità del lavoro alla centralità dell’impresa.

Al contrario due sono i fronti su cui agire: l’emergenza. Quella del reddito, di quelle persone che perdono il lavoro senza rete di protezione sociale e di quelle con una rete di protezione che nel tempo erode i risparmi ed espone al rischio di povertà. Quella dei pensionati.

La costruzione del futuro: cioè politiche pubbliche che orientino una diversa politica industriale e un diverso modello produttivo, per migliorare la qualità della vita delle persone e la coesione sociale, per includere, ricomporre lo specchio rotto: dalla scuola, alla formazione, alle energie rinnovabili, alla messa in sicurezza del territorio, alla messa in sicurezza delle scuole, alla rete di trasporto dei pendolari.

Ma poiché oggi anche i fautori più accaniti del libero mercato chiedono risorse pubbliche e interventi dello Stato, allentamento del patto di stabilità la domanda doverosa e possibile è per fare che cosa, per favorire quali processi produttivi, per produrre che cosa e per sostenere quali consumi. Per questo la crisi è anche un’occasione,di fronte al fallimento di un modello produttivo globale, di una diversa e alternativa costruzione sociale e produttiva.

Naturalmente le risorse che servono, in un paese gravato da un serio debito pubblico, vanno trovate là dove ci sono: lotta all’evasione fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, equità fiscale, tagli degli sprechi e dei privilegi sono la condizione di premessa e sono pure riforme strutturali. Per trovare i soldi e per restituire autorevolezza alla politica.

Per questo intendiamo proporre 3 ordini di interventi:

1) Interventi per la riconversione produttiva: spendere diversamente le risorse già previste cambiando la loro destinazione, per creare benessere sociale

a – dal ponte sullo stretto al miglioramento della mobilità dei pendolari;

b – dal nucleare ad un programma straordinario di lavori per la messa in sicurezza delle scuole e il risparmio energetico, attraverso l’alimentazione con energie rinnovabili degli edifici scolastici.

La proposta può rappresentare il paradigma del cambiamento; avrebbe il merito di mettere in sicurezza gli edifici scolastici e le persone che le frequentano, a rischio certo come hanno confermato le stesse verifiche di Bertolaso dopo il crollo della scuola di Rivoli.

Darebbe lavoro a molte piccole e medie ditte edili per le ristrutturazioni necessarie.

Consentirebbe un lavoro di progettazione e innovazione tecnologica a molti giovani professionisti.

Aprirebbe su larga scala un mercato per le nuove tecnologie edilizie, il fotovoltaico e l’eolico.

Svolgerebbe un’azione didattica sull’esigenza del risparmio energetico e l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili.

Potrebbe rappresentare una scelta da riprodurre nelle realtà locali in un quadro strategico nazionale.

c – dagli incentivi a pioggia alle imprese al sostegno all’industria dell’auto, motore dell’intero apparato produttivo italiano, con il vincolo produttivo dell’auto ecologica e del mantenimento dell’occupazione.

2) Interventi per sostenere il reddito di lavoratori e pensionati, estendere gli ammortizzatori sociali e guardare al futuro, con nuove risorse

19.500 milioni di euro sono le risorse reperibili a questo fine, attraverso il recupero dell’evasione fiscale e contributiva (3.000); la tassazione rendite finanziarie (2.000); il recupero dei condoni non pagati del primo Tremonti del 2001 (5.200); i risparmi nel 2009 sul servizio al debito perché quest’anno scadranno titoli di stato pari ad 1/5 del nostro debito (6.000); tagli ai costi della politica per almeno 500 milioni di euro.

Aumentare le detrazioni fiscali a 3/4 dei lavoratori dipendenti intorno ad una cifra fino a 200 euro costa 3.100 milioni di euro, come il recupero dell’evasione fiscale e contributiva o come l’estensione dell’ICI alle case di pregio. Costa 2.200 milioni di euro aumentare fino a 311 euro attraverso detrazioni le pensioni di 2/3 dei pensionati italiani.

Dal recupero dei condoni non pagati possono essere trovate le risorse per alimentare il fondo per estendere gli ammortizzatori sociali.

Dai 6 milioni di euro dei risparmi sul servizio al debito le risorse per potenziare scuola e università, il futuro.

3) Interventi per restituire dignità e diritti alle persone , a parità di risorse:

– Reintroduzione della legge 188 contro i licenziamenti mascherati da dimissioni

– Reintroduzione del tesserino di riconoscimento nei cantieri, contro il lavoro nero

– Abrogazione delle classi-ponte contro l’imbarbarimento sociale promosso dal governo seminatore di odio

– Sospensione della legge Bossi-Fini

– Erogazione delle risorse della social card direttamente sui conti correnti o pensioni

Queste le nostre domande, queste le nostre proposte: a disposizione della sinistra per un partito nuovo di cui l’Italia ha bisogno.

CRISI DELL’ECONOMIA – CRISI DELLA POLITICA: LA SINISTRA AL LAVOROultima modifica: 2009-02-03T19:53:00+01:00da admin
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