contrattazione: una mano di conti

 Riforma dei contratti

Ecco le cifre dell’accordo beffa

I lavoratori vedranno ridursi le loro retribuzioni già bloccate da mesi. E l’intero paese non potrà beneficiare di un vero stop all’inflazione. Numeri alla mano, spieghiamo gli effetti dell’intesa di Palazzo Chigi che la Cgil non ha voluto firmare

di Paolo Andruccioli

 

Il danno e la beffa. Danno rilevante per i lavoratori che vedranno ridursi le loro retribuzioni già bloccate da mesi e beffa per l’intero paese che non potrà beneficiare di un vero stop all’inflazione. Nello stesso tempo l’Italia – come concordano tutte le analisi – vedrà di diminuire il prodotto interno lordo. È questo il quadro preoccupante che emerge dalle simulazioni economiche basate sull’applicazione del modello imposto dalla Confindustria e dal governo Berlusconi. I dati previsionali e storici sono stati chiariti con esattezza da uno studio dell’Ires Cgil di cui ha parlato subito dopo l’accordo separato il segretario confederale Agostino Megale, il quale nelle ultime ore si è detto disponibile a confrontare i calcoli della Cgil con quelli di Confindustria.

Ecco alcuni dei risultati più eclatanti. Se nel periodo 2004-2008 si fosse applicato il modello varato a palazzo Chigi con l’accordo separato del 22 gennaio, i lavoratori avrebbero perso in media 1.357 euro dalle loro buste paga. Se si dovesse applicare da qui al 2011 lo stesso modello si registrerebbe una perdita ulteriore di 854 euro, di cui 453 direttamente sulle retribuzioni dei contratti nazionali. La differenza è davvero rilevante e riguarda milioni di lavoratori. Anche se infatti la Confindustria sostiene che i salari nominali dovrebbero crescere da qui al 2011 di 2.503 euro, secondo le stime del centro studi della Cgil (Ires) con il sistema vigente dovrebbero in realtà crescere di 3.357 euro, con una differenza appunto di 854 euro. Quindi, considerato il mancato guadagno, la perdita complessiva sarebbe pari a 1.117 euro.

Visto che le previsioni basate sul futuro sono spesso aleatorie (come dimostra la stessa crisi attuale che non era stata prevista, seppure ampiamente annunciata), l’Ires ha preferito costruire le sue analisi sul recente passato. Si è cioè applicato alla dinamica retributiva degli ultimi quattro anni lo schema di Confindustria. E il professor Ichino non può fare riferimento a fantomatici elementi retributivi di garanzia per la contrattazione di secondo livello, non definiti nell’accordo e quindi assolutamente fuori da ogni calcolo serio.

Intanto si parte dalla diminuzione del nuovo valore punto, (ovvero il valore economico attribuito a ogni punto di inflazione per calcolare le retribuzioni) basato sui minimi tabellari (mediamente 15,74 euro) che risulta molto inferiore (tra il 10% e il 30% più basso) del valore punto attualmente adottato dalle categorie (mediamente 18 euro). L’inflazione dell’ultimo periodo (2004-2008) mediamente si è attestata al 2,5%. Moltiplicando 18 euro per 2,5 punti di inflazione media annua per 12 mesi per 4 anni – spiegano i ricercatori dell’Ires – si ottiene un incremento di 2.160 euro. Moltiplicando, invece, 15,74 euro per il 2,5 punti d’inflazione media annua per 12 mesi per 4 anni la cifra si riduce a 1.889 euro (–271 euro). Per effetto del cumulo della perdita di potere d’acquisto generata dal primo anno e trascinata nei successivi, la perdita cumulata esclusivamente attribuibile alla riduzione del valore punto è di circa 951 euro.

L’altro taglio alle retribuzioni – sempre nella simulazione dell’Ires – deriva direttamente dall’applicazione dell’indicatore di inflazione IPCA, (l’inflazione armonizzata della Ue) depurata della componente energia. Nel quinquennio 2004-2008 l’indice generale registra una crescita media annua del 2,5% e quello depurato dell’energia del 2,1%. Questo significa un’ulteriore perdita di 406 euro. Confindustria ha previsto un recupero di uno “scostamento significativo”.

Tutto questo in un quadro di probabile (quasi certa) ripresa della dinamica inflazionistica legata ai prezzi e in particolare all’energia. In questo caso le previsioni non sono della Cgil. Tra il 2 e il 22 settembre 2008 si sono svolte le interviste dell’indagine trimestrale Banca d’Italia/Sole 24 ore sulle aspettative di inflazione e crescita a cui hanno partecipato 480 imprese con almeno 50 addetti. L’inflazione attesa è stata pari al 3,7 per cento, in aumento rispetto al 3,5 per cento registrato l’anno precedente. Nel mese di settembre 2008 il tasso di inflazione al consumo è stato del 3,7 per cento, 1,6 punti percentuali al di sopra delle attese espresse dalle imprese nel settembre 2007. Se ne era accorto perfino Tremonti che nel Dpf 2009/2013 aveva fatto indicare un tasso di inflazione medio annuo nel quinquennio di ben il +3,4%.

Si tratta del doppio del tasso di inflazione previsto un anno prima, nel precedente Dpef 2008/2011. Anche Eurostat (2008) aveva diffuso i dati sull’inflazione in Europa: nell’area Euro, marzo 2008 su marzo 2007, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è aumentato del 3,6, contro l’1,9 fatto registrare tra marzo 2007 e marzo 2006. L’inflazione si posiziona significativamente al di sopra di quel 2% convenuto con il Trattato di Maastricht

DAL SITO WWW.RASSEGNA.IT

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contrattazione: una mano di contiultima modifica: 2009-01-28T16:53:44+01:00da admin
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