partiti feudali

lastampatop2.gifdi Massimo Villone*
22 dicembre 2008

Una nuova Tangentopoli? Una nuova questione morale? Domande che hanno investito in specie il Pd e i governi locali del centrosinistra, soprattutto in importanti realtà del Mezzogiorno. Ma non esiste un caso Pd, o un caso Napoli. Esiste un caso Italia.

Per anni è stato fatto un investimento su parole d’ordine cui molti hanno creduto.

Liberarsi della partitocrazia, avvicinare la politica e l’amministrazione ai cittadini, i governanti ai governati, in specie con l’elezione diretta. Allentare lacci e lacciuoli, per l’efficienza degli apparati pubblici. E dunque meno controlli e responsabilità formali e giuridiche, maggiore controllo sociale. Più discrezionalità nell’azione politico-amministrativa, e nell’organizzazione degli apparati. Nel voto, pieno mandato a governare, per poi rispondere dei risultati nel successivo turno elettorale. Dunque, democrazia di mandato, elezione del leader con la sua maggioranza, per un sistema moderno e competitivo.

Non è andata così. La partitocrazia corrotta e collusa che aveva portato al disastro dei primi Anni 90 è – giustamente – scomparsa. Ma si sono anche dissolti i partiti come forma organizzata della politica. E non sono stati validamente sostituiti dalla partecipazione di un giorno offerta da primarie, o da assemblee di popolo volte all’acclamazione del capo. E nemmeno dai partiti liquidi, personali, del leader, e affini. Alla fine, una politica senza partiti è fatalmente una politica di signorotti feudali, clan, bande e truppe cammellate. Una politica senza regola alcuna, salvo quella di gestire il consenso in funzione del potere.

È così che la flessibilità nell’organizzazione amministrativa è diventata uno spoils system all’ultimo dirigente a contratto. L’esternalizzazione di funzioni si è tradotta nella spartizione di poltrone nei consigli di amministrazione di società miste, o persino di posti di lavoro da mille euro al mese. L’allentamento nei controlli è finito nella gloria di sedi di rappresentanza all’estero, o in contratti per parenti e amici, o ancora in gare d’appalto su misura del concorrente più eguale di altri. La responsabilità politica si è dissolta in assemblee asservite al capo eletto, di cui potrebbero liberarsi solo a pena di autoscioglimento. E il controllo sociale e la responsabilità diffusa si sono persi nella nebbia delle consulenze e delle prebende agli opinion makers della cultura, dell’economia, delle professioni.

Oggi la politica regionale e locale è guerra di tutti contro tutti. Nei Consigli comunali come in quelli regionali, la preferenza unica produce campagne elettorali estremamente costose, e combattute fino all’ultimo voto. La lotta è anzitutto tra i candidati della medesima lista. Ecco in chiaro le radici delle ambigue contiguità tra politica e affari. Poi, le maglie larghe delle regole, dei controlli e delle responsabilità consentono di orientare la gestione della cosa pubblica in vista dei debiti contratti, e delle alleanze future. Mancando partiti veri che gestiscano razionalmente e democraticamente il cursus honorum, il consenso personale è l’unico patrimonio che conta in politica.

Oggi il potere nel governo regionale e locale è per tutti i partiti elemento strutturale e dominante. Un governatore di Regione, o un sindaco di grande città, conta quanto vari ministri di media stazza. I partiti sono costruiti intorno a loro. Ovunque, l’uomo forte tende a essere il sindaco, il governatore, l’assessore. Si spiegano così gli applausi di Pescara per il sindaco inquisito, e il preannuncio di possibili liste civiche. Nel feudalesimo di partito, chi ha cariche di governo locale è tra i signori feudali più forti. La vera vittima dei più recenti sviluppi nella politica italiana è il partito nazionale. E dunque si capisce che Veltroni non dica praticamente nulla nella direzione Pd sulla tempesta in atto. E che solo nell’assemblea dei giovani attacchi, qualche ora dopo, i capi-bastone. Intanto, tutti rimangono sereni al loro posto. Non è certo questione di poteri formali. Un segretario di partito, anche il più scassato, ce l’ha. Il problema è la forza di esercitarli.

Per questo il nodo centrale è riscrivere le regole. Anzitutto per i partiti, con una legge generale che ne consolidi la insostenibile leggerezza. Non a caso, io e Salvi avevamo presentato sul punto una proposta già il 28 aprile 2006. È rimasta ferma al palo. E nuove regole sui rapporti tra politica e amministrazione, rivedendo almeno alcune delle scelte fatte in passato, magari con le migliori ragioni. Del resto, che la via dell’inferno fosse lastricata di buone intenzioni già lo sapevamo.

Ex senatore della Sinistra Democratica

partiti feudaliultima modifica: 2008-12-23T23:21:00+01:00da sdtv
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