la manifestazione del PD

PD: una manifestazione senza novità. Non è ancora la piazza giusta per cacciare Berlusconi

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la presenza di Sinistra Democratica alla manifestazione del PD, con lo striscione-appello “Spostatevi a Sinistra

 La manifestazione del Partito Democratico è riuscita. E nessuno poteva prevedere il contrario. Come già per le primarie dello scorso anno, anche questo evento interno del PD ha ricevuto una copertura informativa e ha fruito di un lancio mediatico  che non hanno precedenti nella storia della Repubblica.

Che centinaia di migliaia di persone siano scese a manifestare contro il governo è un fatto positivo e importante. Ma anche questo non rappresenta un fatto straordinario. Dovrebbe essere un fatto assodato e pacifico che la metà o poco meno degli italiani si riconosce, in varie forme e in vari modi, nella prospettiva del centrosinistra, inteso come schieramento alternativo al berlusconismo. Stupirsi ogni volta che ci sia tanta gente che non ne vuol sapere di Berlusconi, significa davvero non conoscere il paese.

La manifestazione è stata indetta senza una piattaforma che ne definisse gli obiettivi e i messaggi fondamentali, a differenza, ad esempio, di quanto avvenuto per la manifestazione della Sinistra dell’11 ottobre. Dunque stava all’intervento del Segretario dare la linea e indicare cosa fare della grande forza messa in campo con la manifestazione. Anche da questo punto di vista, sono mancate grosse novità. Da una parte, Veltroni ha usato toni forti contro le scelte del governo ma anche contro la cultura politica della destra. Dall’altro, ha ribadito la continuità della propria impostazione con il discorso del Lingotto. Non quello tenuto nel 2000 al congresso dei DS che lì si tenne, ma quello di lancio della sua candidatura a segretario del PD nel giugno del 2007.

L’attacco al governo è stato su alcuni fronti, la scuola, la crisi economica, il pericolo “razzismo”, il qualunquismo contro gli statali, la politica sul clima. Un attacco sul “come” e non sul “cosa” sta facendo il Governo; al tempo stesso ha infatti dichiarato che dobbiamo fare autocritica sul fatto che ci sono troppi sprechi nella scuola, sulla sicurezza ha parlato della vergogna di “troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici”, sulla riforma della pubblica amministrazione ha dichiarato di condividere “la lotta ai veri fannulloni” e l’esigenza di riforma. Ci sono temi sui quali il segretario del PD non ha invece detto niente: le leggi ad personam, niente sul lodo Alfano, la ipotetica riforma federalista, la politica estera, il conflitto di interessi, la politica sull’immigrazione, la riforma dei contratti di lavoro, i temi legati alla laicità e ai diritti delle persone. E sui quali invece poteva davvero delineare i contorni di una alternativa di governo. Le proposte alternative del PD, che erano state tanto annunciate, si sono limitate alla proposta di un patto dei produttori non meglio specificato per fronteggiare la crisi, e alla proposta di impiegare 6 miliardi di euro per la detassazione delle tredicesime.

Alcuni temi sono stati solamente evocati: come quello della precarietà, avvertita nella sua carica di sofferenza ma rispetto alla quale non è stata avanzata nessuna proposta di modifica legislativa. L’allarme per la democrazia lanciato qualche settimana fa non è stato ripreso. Anzi, Veltroni per due volte ha ribadito il rifiuto di parlare di “regime”, e neppure ha ripreso con forza il tema dello svuotamento dei diritti del Parlamento a forza di decreti legge, parlando invece di “mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale”, mutuando curiosamente un aggettivo, “illiberale”, tipico del lessico berlusconiano.

Sulle riforme istituzionali, Veltroni ha annunciato battaglia contro l’eliminazione delle preferenze alle europee e ha proposto il dimezzamento dei parlamentari e la riduzione a una sola camera che approvi le leggi. Nessun cenno alla soglia di sbarramento, che la destra vuole mettere al 5% alle prossime europee.

Sul tema delle alleanze del PD, c’è un passaggio del discorso di Veltroni, nel quale afferma che il PD fa opposizione oggi “per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l’Italia”, e che oggi Il Manifesto interpreta come “rinuncia all’idea dell’autosufficienza”. Un’intepretazione un po’ forzata, che infatti non si ritrova negli altri commenti della stampa. La formulazione di Veltroni non è infatti che la stessa linea tenuta alle ultime elezioni: il PD presentò un programma quasi uguale al PDL, che infatti lo accusò di copiare, e accettò alleanze solo con chi accettò di sottoscrivere quel programma. Commentando la manifestazione dallo studio de La7, Realacci ribadiva così la linea del PD: si possono anche fare alleanze, basta che sia chiaro chi comanda,e cioè il PD. Nemmeno Veltroni ha ritenuto di rispondere o accennare in alcuno modo alla lettera di Claudio Fava pubblicata su L’Unità né all’articolo di Rina Gagliardi su Liberazione, che chiedevano una interlocuzione sul futuro della sinistra.

 

In tutto il discorso ha poi agito il rimosso sul quale è nato il PD: la totale rimozione della sinistra. Non solo nei simboli, nel colore rosso e nelle canzoni, che ovviamente sono tutti riemersi nel corpo vivo del corteo, ma anche nel vocabolo stesso, impronunciabile e infatti impronunciato. Al suo posto, la vaga formula del partito riformista, anzi “il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, dove non si capisce quale sia il termine di paragone. Non possono esserlo né la DC né il PCI, visto che erano più grandi del PD, e che dunque per Veltroni non erano partiti “riformisti”. Forse allora il termine di paragone di Veltroni è il Partito Socialista di Craxi, che si definiva appunto “riformista”. Sarebbe bene allora esplicitarlo e aprire il confronto con la cultura socialista, ma questo costringerebbe a fare i conti con la parola spauracchio del PD: “sinistra”, e anche con il tema della collocazione del PD dentro il contesto politico europeo, e non solo statunitense. Scartata dunque questa ipotesi,  l’orgoglio di essere il più grande partito riformista della storia si riduce alla gioia sciocca di chi vince una gara della quale è l’unico partecipante. Il Partito Democratico è in realtà il primo e dunque unico partito della storia d’Italia, e non solo, che si definisce solamente ed esclusivamente come “riformista”. Certo la colpa di questa vaghezza e inconsistenza identitaria non è dei partecipanti alla manifestazione, che sicuramente hanno le idee in proposito molto più chiare dei loro dirigenti, artefici di un esperimento politico che nessuno ha ancora il coraggio di mettere in discussione, ma nei cui limiti originari risiede tanta parte della responsabilità dell’attuale egemonia della destra nel paese.

In definitiva, la manifestazione non ha avuto alcun sbocco politico se non ribadire la leadership di Veltroni e il tratto identitario del PD, che è quello di non avere identità. Nichi Vendola ha ragione nel vedere una manifestazione ricca e importante ma senza prospettiva politica, e che chiede più sinistra e più opposizione.

Non è ancora questa, dunque, la piazza giusta, quella che manderà a casa Berlusconi. Non lo era neanche quella dell’11 ottobre. C’è bisogno di riempire una nuova piazza, che contenga e integri entrambe e anche di più. Quello sarà il segnale di sfratto per la destra al Governo.

Luca De Marco

la manifestazione del PDultima modifica: 2008-10-26T12:21:00+01:00da sdtv
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