Una manovra ideologica ora più limpidamente di destra

L’Italia è un paese profondamente diseguale nella distribuzione della ricchezza e del reddito, dove il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza nazionale. E’ un paese di scarsa mobilità sociale, dove è sempre più difficile per i figli migliorare la condizione sociale della propria famiglia di provenienza. Per questo c’è bisogno anzitutto di politiche di redistribuzione del reddito e di potenziamento negli investimenti negli apparati formativi. Invece da decenni impera anche da noi una ideologia neoliberista che tende ad amplificare le disuguaglianze riducendo la presenza e la funzione dello stato nel funzionamento della economia e della società. Il socialista Jospin affermava di essere favorevole ad una economia di mercato, ma non ad una società di mercato. Un buon programma di minima che però non pare aver fatto proseliti. Senza l’intervento dello stato a tutela delle fasce meno protette della popolazione e a regolare il meccanismo della corretta competizione economica, il mercato lasciato a se stesso produce disastri, instaura la legge del più forte, sopprime la concorrenza costruendo cartelli, monopoli ed oligopoli. Fa esplodere le ineguaglianze e segmenta la società in caste chiuse. E invece da decenni la nostra classe dirigente nella quasi totalità, non solo politici ma intellettuali, imprenditori, giornalisti, sostiene che il problema è ridurre il peso dello stato nell’economia, liberare lacci e lacciuoli, restringere le competenze del pubblico e ampliare i settori gestiti dal privato, privatizzare le imprese pubbliche che funzionano e rendono, ridurre e tagliare le risorse pubbliche destinate agli studenti e ai pensionati. Questa ideologia malata e fanatica, che ha pervaso da noi anche il campo della sinistra pur essendo tipica in tutto il mondo dei movimenti e dei partiti conservatori, è quella che ha portato l’Italia ad un livello di malessere sociale del tutto ingiustificato rispetto alla potenzialità economica e alla ricchezza del paese.

Con l’avvento della crisi mondiale, frutto a sua volta dell’affermarsi su scala planetaria del pensiero unico neoliberista, l’occasione per ripensare il modello di sviluppo c’era tutta, ma fino ad ora non è stata colta ed anzi si persevera in ricette vecchie e fallimentari. In questo quadro si colloca la manovra, o meglio l’insieme dell’accavallarsi delle varie manovre economiche improvvisate dal Governo nelle ultime settimane. Il tasso ideologico della manovra è particolarmente alto: in primis l’avversione feroce che Berlusconi e i giornali della destra hanno dimostrato verso il contributo di solidarietà richiesto ai dipendenti privati e agli autonomi con reddito sopra i 90.000,00 euro, fino a deciderne la eliminazione totale nel vertice a casa Berlusconi.  Siamo al pensiero reaganiano, oggi rinverdito negli USA dal Tea Party,  i fanatici che con il loro ostruzionismo ad Obama hanno determinato la recente crisi finanziaria mondiale, e che in Parlamento è stato rivendicato come proprio dal capogruppo della Lega alla Camera: niente tasse ai ricchi, perché i ricchi sono quelli che fanno marciare l’economia.

Uno dei fattori principali della ridistribuzione del reddito è la leva fiscale e la sua progressività, chi più ha più paga. Negli USA, a causa degli anni di governo dei repubblicani, i ricchi sono invece tassati meno dei poveri. Il multimiliardario Warren Buffet, che muove enormi ricchezze con i suoi fondi di investimento, terzo uomo più ricco al mondo, si è chiesto recentemente se è giusto che lui paghi di imposte il 17,4% sui suoi proventi e la sue segretarie vengano invece tassate tra il 30 e il 40%. Secondo i conservatori americani sì, e piuttosto che procedere a rivedere le esenzioni fiscali ai ricchi e ricchissimi hanno imposto a Obama di limitare le risorse a disposizione dei poveri e degli anziani. Non è un caso che gli USA siano uno dei pochissimi paesi occidentali dove l’indice della disuguaglianza è più elevato rispetto all’Italia.

Nella manovra, sempre per motivi ideologici, non si è voluto inserire una misura di equità e dal valore redistributivo come la tassazione patrimoniale. La patrimoniale esiste anche in Francia, dove fu introdotta dal socialista Mitterand, poi tolta dal conservatore Chirac e poi rimessa dai socialisti. Si applica ai patrimoni immobiliari con valore di mercato superiore ai 790.000,00 euro, con aliquote dal 0,55 fino all’1,8%. Il conservatore Sarkozy aveva annunciato di volerla eliminare, ma non gli è facile rinunciare ai 4 miliardi di introito annuo che la tassa garantisce. In Italia la destra ha prima eliminato le tasse di successione sui patrimoni, anche quelli immensi, ristabilite poi in parte dal governo Prodi per i patrimoni sopra il milione, poi ha abolito l’ICI per le prime case di alto valore (per quelle di valore medio basso il governo Prodi aveva già legiferato per la soppressione dell’imposta).

Il carattere ideologico spinto della manovra è evidente laddove interviene sulla materia dei contratti di lavoro, introducendo la possibilità di derogare allo statuto dei lavoratori, compreso l’art. 18 sui licenziamenti, attraverso la contrattazione aziendale. Dietro questo grave provvedimento sta non solo la pervicace volontà di Sacconi di soddisfare le peggiori pulsioni di Marchionne, dando una copertura legislativa alle operazioni antisindacali della Fiat. Agisce pesantemente un altro degli assunti ideologici del pernicioso neoliberismo: la libertà di licenziamento fa bene all’economia e aumenta l’occupazione. In termini più raffinati, è quello che si dice quando si invocano riforme per riducartoon_2005_jul.pngrre la rigidità del mercato del lavoro. E’ un presupposto ideologico, mai dimostrato, (basterebbe dire che nella “rigida” Germania c’è una disoccupazione molto inferiore che nei “flessibiili” Stati Uniti), ma sempre sulla bocca della nostra classe dirigente.

Anche l’attacco alle festività non religiose, la festa del Lavoro, della Liberazione e della Repubblica, cosa sono se non ritorsioni ideologiche che mettono insieme le idiosincrasie del PDL e della Lega contro il movimento dei lavoratori, la Costituzione nata dalla Resistenza e l’unità nazionale ?

E infine la novità emersa dal vertice di Arcore. Per coprire il mancato introito preventivato dal contributo di solidarietà si è deciso di colpire le cooperative, aumentandogli le tasse. Il solito vecchio bersaglio ideologico del berlusconismo, ma anche l’attacco ad un modo di fare economia che non contempla il massimo profitto come proprio ideale regolativo e smentisce perciò il fondamentalismo mercati sta dei liberisti.

C’è inoltre un aspetto della manovra che persegue un’altra delle direzioni di marcia del neoliberismo. L’espropriazione delle sedi democratiche di decisione, l’abbassamento del livello generale di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte della comunità nazionale. La manovra è stata presentata come un fatto obbligato, senza margini di discussione e di partecipazione, in nome delle istanze superiori, i mercati e la Banca Europea. Il Parlamento è stato convocato a Ferragosto solo per la farsa inutile dell’esposizione lacunosa della situazione da parte di Tremonti. Le decisioni poi sulla modifica della manovra sono state concordate tra pochi capi, riuniti nella villa del padrone. Tutto viene fatto con decreto legge, oramai la sede legislativa non è più il Parlamento ma il Governo. Siamo di fronte ad una concentrazione del potere in pochissime mani, come mai si era visto nella storia della Repubblica. E questa riduzione della democrazia ad oligarchia viene  pure esaltata come elemento di modernità ed efficienza. Anzi la si vuole imporre agli enti locali, eliminando via via la rappresentanza democratica delle assemblee elettive a favore di luogotenenti nazionali o regionali che sul territorio garantiscano la catena di comando. Con la scusa della riduzione dei costi della politica.

In definitiva, la manovra come si delinea dopo l’accordo di maggioranza di Arcore appare  ancor più cristallina nella sua natura ideologica di destra. Per alcuni aspetti in linea con il pensiero unico neoliberista, che ha generato e che continua ad alimentare la crisi globale, per altri aspetti con la tipicità della destra nostrana. E con l’improvvisazione e la confusione caratteristica di una classe di governo superficiale, impreparata e incapace. Come scrive Mario Deaglio su La Stampa, “questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento di pressapochismo del mondo politico”.

Una manovra messa in piedi per necessità esterna, e guidata nella redazione da pregiudizio ideologico e improvvisazione, non può che rappresentare un elemento che aggrava e non risolve la crisi, e rischia di trascinare il paese in una spirale perversa alla fine della quale c’è il fallimento del nostro paese e il massacro sociale.

A questa impostazione va  contrapposta una capacità di proposta alternativa, che fuoriesca dal binario unico dell’ideologia imperante e faccia i conti con la realtà. Faccia un bilancio delle politiche neoliberiste e dei disastri ai quali ci ha condotto questo finanzcapitalismo, o turbo capitalismo, o capitalismo finanziario che dir si voglia, e proponga misure alternative e opposte rispetto a quelle della destra. Potrebbe essere una buona occasione per mettere assieme le forze di cambiamento e cominciare a costruire la proposta di governo alternativa al berlusconismo leghismo. Lo sciopero generale indetto prontamente dalla CGIL per il prossimo 6 settembre può essere una buona spinta contro le inerzie delle segreterie dei partiti dell’opposizione parlamentare.

Luca De Marco

coordinatore provinciale SEL Treviso

Una manovra ideologica ora più limpidamente di destraultima modifica: 2011-08-30T23:46:00+00:00da admin
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento