SEL per il lavoro

introduzione all’assemblea nazionale dei lavoratori di Sinistra Ecologia Libertà del 2 ottobre STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

di Betty Leone, responsabile nazionale del lavoro di SEL

betty leone.jpgIn Italia ci sono oggi circa 2 milioni di disoccupati, se a questi si aggiungono i circa 700.000 cassintegrati e coloro che non cercano nemmeno più un lavoro, perché disperano di poterlo trovare, si ha un’idea della gravità della situazione, tanto più che ogni giorno arrivano notizie di nuove crisi industriali e le politiche governative di riduzione dello stato sociale e di disimpegno economico verso la scuola, la ricerca e l’amministrazione pubblica si traducono già ora in perdita di lavoro per migliaia di operatori, oltre che in perdita di tutele e fruibilità dei diritti per tutti.

Basterebbe questo dato a dire che il modello di sviluppo fin qui perseguito( consumismo,   trasformazione dei profitti in prodotti finanziari piuttosto che in investimenti produttivi, riduzione del lavoro a semplice prestazione lavorativa da acquistare o cedere a seconda dell’andamento dei mercati, competizione selvaggia tra aziende multinazionali che si contendono fette di mercato sempre più ristrette) ha fallito innanzitutto perché è ormai incapace di produrre benessere. Se oggi tutti gli economisti, sulla base dei dati economici, ci dicono che nei prossimi anni ci sarà una crescita del Pil, anche se modesta, ma che in tutto il mondo non si tradurrà in crescita di occupazione, è evidente che il rapporto crescita-distribuzione della ricchezza prodotta- aumento del benessere per i cittadini non funziona più e che questa è la causa della crisi economica che stiamo vivendo. Se infatti la crisi si è evidenziata come crisi dei mercati finanziari le sue ragioni profonde stanno però nella sovrapproduzione di merci a fronte di bassi consumi per mancanza di reddito dal momento che i salari e le pensioni, che da essi derivano, sono sempre più bassi. Del resto sono ormai sotto gli occhi di tutti i due principali effetti devastanti del modello di sviluppo neo-liberista: la precarizzazione del lavoro che si traduce in precarietà sociale, aumento delle disuguaglianze, perdita della possibilità di governare la propria vita e l’uso del tempo, in altre parole perdita di libertà; il consumo scriteriato delle risorse naturali, del territorio, dell’aria e dell’acqua da cui dipendono il futuro e la sopravvivenza stessa dell’umanità. La crisi climatica e ambientale, di cui discutono gli organismi internazionali senza mai trovare il coraggio di contrastare efficacemente le lobbies industriali e finanziarie, deriva proprio dall’uso dissennato delle nostre risorse vitali. Per uscire da questa condizione è necessario agire in tre direzioni:

1)     cambiare modello di sviluppo: mettere al centro il benessere delle persone, operare una riconversione produttiva che riduca il consumo di energia e l’inquinamento ed abbia come obiettivo l’aumento dell’occupazione e la qualità del lavoro, avere cura della conservazione dei beni comuni e del loro uso, rilanciare l’agricoltura secondo nuovi criteri che non siano predatori delle risorse ambientali ma attenti all’autosufficienza alimentare dei paesi che soffrono la fame, valorizzare il lavoro di cura, ancora affidato quasi totalmente alle donne in aggiunta al lavoro produttivo che comunque svolgono, e svelarne il valore economico oltre che sociale.

2)     Ridistribuire la ricchezza prodotta innanzitutto aumentando i salari e riequilibrando il peso fiscale tra rendita e lavoro dal momento che in Italia i redditi fissi, da lavoro e pensioni, sostengono il maggior peso della tassazione, mentre la rendita ha trattamenti agevolati del tutto ingiustificati perché si tratta di una ricchezza passiva che non contribuisce agli investimenti per il mantenimento del benessere collettivo. Non serve qui sottolineare lo scandalo dell’evasione fiscale che nel nostro paese raggiunge livelli eccezionali, calcolati in circa 150 mld di euro all’anno. Insomma la riforma fiscale è necessaria per ristabilire una giustizia sociale e trovare le risorse necessarie ad un cambiamento di politica economica. Non è infatti tagliando la spesa pubblica che risolveremo i problemi che ci sono stati consegnati dalla crisi, ma piuttosto scegliendo le priorità di spesa a favore della scuola, l’Università, la ricerca, la sanità, l’assistenza ai più deboli e la garanzia di un reddito dignitoso per chi ha perso il lavoro e chi lo cerca. Abbiamo bisogno di più sapere per scegliere cosa e come produrre; abbiamo bisogno di salari più ricchi per sostenere la domanda interna e l’economia reale; abbiamo bisogno di un uso appropriato delle risorse pubbliche per orientare la produzione di beni verso un nuovo modello di consumi e promuovere l’eguaglianza attraverso un’estensione dei diritti a tutti i cittadini siano essi nativi o migranti.

3)     Valorizzare e tutelare il lavoro; cosa possibile, in verità, solo se si mettono in atto le politiche descritte nei punti precedenti, perche’ la precarietà e la riduzione del lavoro a merce sono la conseguenza dell’attuale modello di sviluppo e sono funzionali alla concentrazione  di capitali necessaria all’espandersi dell’economia finanziaria. Per rompere questo circolo vizioso bisogna riconoscere al lavoro la sua funzione di sostegno della dignità, autonomia e libertà personale, prima ancora della sua funzione economica. Questo sarà possibile a due condizioni: che il fine delle politiche economiche sia esplicitamente quello di tendere alla piena e buona occupazione e che si apra una nuova stagione di diritti e unità dei lavoratori. La politica che il governo e le imprese Italiane hanno seguito fin qui è stata esattamente all’opposto perché ha usato la crisi per giustificare un’ espansione del potere discrezionale dell’impresa ed una riduzione dei diritti dei lavoratori fino a mettere in alternativa, come a Pomigliano, la possibilità di lavorare, con l’esigibilità dei diritti costituzionali e fino a sostenere, come ha fatto il ministro Tremonti, che non possiamo più permetterci le misure di sicurezza nei posti di lavoro. Non è un caso che il ministro Sacconi abbia favorito la rottura dell’unità sindacale con l’accordo sul modello contrattuale siglato senza la firma della Cgil, abbia incoraggiato il tentativo di isolamento della Fiom, sostenga il superamento del contratto Nazionale, si accinga a varare , proprio nel quarantennale della promulgazione dello Statuto dei lavoratori, uno Statuto dei lavori che già nel nome tradisce la finalità di mettere tra parentesi le donne e gli uomini che lavorano, con i loro diritti ed i loro bisogni, per affermare la pura funzione economica del lavoro e capovolgere le fondamenta del diritto lavoristico, che tutelava il soggetto più debole, cioè il lavoratore, rispetto al datore di lavoro, prima che il Senato approvasse definitivamente il collegato che cambia le regole per dirimere le controversie di lavoro.. Dividere i lavoratori e ridurre il sindacato a garante del loro consenso ai piani d’impresa è l’obiettivo che ha accomunato fin qui Governo e Confindustria con la connivenza di Cisl e Uil che mirano così a mantenere un ruolo accreditandosi come sindacati collaborativi e perciò responsabili, senza valutare che il proseguimento di questo processo finirà col travolgere anche loro. Ci spiegano infatti tutti, a destra come a sinistra, che il conflitto capitale-lavoro è roba d’altri tempi e che, in tempo di competizione globale, impresa e lavoratori devono essere uniti per battere la concorrenza e il lavoro pubblico deve essere funzionale a questo obiettivo e non a quello di salvaguardare i beni comuni e i diritti dei cittadini. Noi pensiamo che questo conflitto sia più vivo che mai e che il vero problema sia piuttosto che l’indebolimento e la svalorizzazione del lavoro, dovuto al primato della finanza sull’economia reale, abbia squilibrato a tal punto i termini del conflitto a favore del capitale da rendere inefficace il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro e tra capitale e democrazia. Non sarà possibile raggiungere un nuovo compromesso senza ricostruire la forza del lavoro e della sua rappresentanza politica e sociale . Per questo è necessario non solo sostenere il contratto Nazionale come elemento di unificazione e solidarietà dei lavoratori  ma anche rivendicare un contratto quadro Europeo che eviti la concorrenza sleale tra paesi più o meno ricchi, con riduzione dei diritti per tutti. L’Europa deve essere necessariamente lo scenario di riferimento per un cambiamento del modello di sviluppo, sia per le regole che per il reperimento delle risorse. 

Dare forza alla rappresentanza sociale e ricostruire l’unità dei lavoratori, pubblici e privati, significa innanzitutto ristabilire regole democratiche nella contrattazione che consegnino ai lavoratori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti e di votare sulle piattaforme e le ipotesi di accordo. Consideriamo la legge di iniziativa popolare proposta dalla Fiom uno strumento importante per riportare questo tema all’attenzione politica e riaprire una discussione sul legame tra democrazia nei luoghi di lavoro e democrazia nella società. Infine ricostruire la rappresentanza politica del lavoro significa costruire un partito che scelga chi rappresentare e sappia produrre una mediazione tra i diversi interessi in campo capace di promuovere un progresso sociale e un avvicinamento all’obiettivo di cambiare modello di sviluppo, evitando di lasciare unicamente nelle mani delle imprese lo scontro sulla riorganizzazione della produzione.

Noi vogliamo essere questo partito; vogliamo rappresentare gli operai delle fabbriche e delle piccole imprese, i lavoratori dei servizi e delle amministrazioni pubbliche, i lavoratori della conoscenza, i contadini e gli artigiani, vogliamo dare voce ai precari, ai lavoratori migranti che subiscono lo sfruttamento più disumano, alla fatica delle donne che lavorano dentro e fuori le mura domestiche. Vogliamo farlo riconoscendo la reciproca autonomia tra rappresentanza politica e rappresentanza sociale. Vogliamo essere un partito che non ha timore di dire che nel conflitto capitale –lavoro sceglie di stare dalla parte del lavoro e dei lavoratori.

Per questo il 29 settembre eravamo a Bruxelles alla manifestazione dei sindacati Europei, il 16 ottobre saremo in piazza con la Fiom e il 27 Novembre con la Cgil per difendere il contratto Nazionale e regole democratiche di relazioni sindacali e pretendere una politica economica per la piena occupazione che è l’unica  vera via di uscita dalla crisi

 

Naturalmente non è possibile pensare che il Governo Berlusconi sia capace di dare risposte alle nostre richieste dal momento che non ha voluto mai riconoscere la gravità della crisi e si è limitato fino ad ora a tamponare il disagio sociale aumentando le risorse per gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione in deroga, sottraendole peraltro alle Regioni e in particolare al Mezzogiorno. Nessuno peraltro sa cosa succederà a Dicembre quando queste misure scadranno e se ci saranno le risorse necessarie per prorogarle ed estenderle a chi non ha alcuna tutela del reddito.

Noi abbiamo bisogno di cambiare interlocutori politici, di far irrompere nella politica la vita reale, le aspirazioni, i bisogni delle donne e degli uomini che con la loro fatica costruiscono la ricchezza economica e sociale del nostro paese.

Ci auguriamo dunque che questo Governo cada e si vada alle elezioni il prima possibile, non solo perché l’attuale maggioranza è paralizzata ormai dalla crisi del PDL, ma perché sostiene una politica incapace di farci uscire dalla crisi. Per questo obiettivo lavoreremo e continueremo a chiedere che si scelga attraverso le primarie il candidato premier del centro sinistra perché siamo convinti che solo la partecipazione dei cittadini può dare forza non tanto ad un leader, quanto alla speranza che sia possibile “riaprire la partita” come dice lo slogan del nostro congresso.

 

SEL per il lavoroultima modifica: 2010-10-14T11:32:14+00:00da admin
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